La storia e le trasformazioni del Santuario della Beata Vergine della Misericordia
Piccola gemma di spiritualità e architettura, il Santuario della Beata Vergine della Misericordia si rivela come un autentico gioiello del territorio, la cui storia affonda le radici in un racconto antico di grazia e miracoli e tuttora si erge a testimonianza di un legame indissolubile tra la Comunità e il Sacro. Ogni 8 settembre, giorno della Natività di Maria, la Comunità si ritrova nel suo abbraccio più intimo, rinnovando una festa di fede e memoria dove il tempo sembra fermarsi per accogliere la grazia. Ma il Santuario è anche un centro spirituale attivo della Diocesi di Padova, designato come Centro di preghiera diocesano dedicato in particolare alle vocazioni e alla pace nel mondo, ospitando tuttora celebrazioni, pellegrinaggi ed eventi religiosi quotidiani.
Inizialmente, la struttura si presentava come una piccola chiesetta caratterizzata da un'abside e strettamente legata alla presenza di una villa e di un monastero. Verso la fine del XV secolo, questo luogo visse una profonda trasformazione spirituale e strutturale, evolvendo in un vero e proprio santuario e mutando l'antica abside in una cappella monumentale.
Nel corso dei secoli, l'identità di questo luogo è stata al centro di una notevole confusione documentale, che ha generato nel tempo notizie parzialmente errate e scambi storici. A seconda dei registri e delle epoche, la struttura è stata infatti citata alternativamente come "chiesa parrocchiale", "chiesa del monastero" o "chiesa della villa". Solo in tempi relativamente recenti, e precisamente nel 1874, in occasione della visita pastorale del vescovo Antonio Polin, l'edificio è stato registrato ufficialmente e in via definitiva con il titolo di Santuario.
Origini, dubbi storici e le prime vicende (1499–1572)
La storia del Santuario si apre con un enigma: la bolla di fondazione del 1499 è conservata solo in una copia del 1747 a firma del cardinale Rezzonico. Ritenuta poco convincente (e persino assente nei fogli principali della visita pastorale del 1747), si ipotizza sia un falso a favore della famiglia Bragadin e che il 1499 indichi solo l'ampliamento di una chiesetta precedente, la cui abside originaria coincide con l'attuale cappella del Crocifisso (come provano anche gli affreschi quattrocenteschi).
Nel 1572 avviene un fatto storico chiave: dalla chiesa parrocchiale viene trasferito con solenne processione un Crocifisso ligneo, collocato nella cappella di sinistra che prende così il nome di Cappella del Crocifisso. Successivamente Giovanni Alvise Bragadin (figlio di Marco) fa costruire un monastero (con chiostro, refettorio, giardino e orto) per i Frati Agostiniani di Mantova, ma le devastazioni belliche delle truppe spagnole bloccano i lavori: nel 1524 vi abitano solo tre frati e il santuario intitolato a Santa Maria della Misericordia resta persino privo di copertura.
I passaggi monastici e la trasformazione architettonica (1572–1811)
Nel 1572 la visita del vescovo Nicolò Ormaneto descrive una chiesa a tre navate con soffitto a capriate e altari dedicati a S. Caterina d'Alessandria (a sinistra, con tracce iconografiche della corona e del martirio) e S. Marco (a destra). Nel 1584 subentrano i Camaldolesi d'Este (sotto la giurisdizione di S. Michele in Isola), per poi passare nel 1690 sotto l'amministrazione diretta dell'abbazia madre veneziana di S. Michele in Isola. Questa presenza introduce lo stile codussiano: le capriate vengono sostituite da volte a botte (centrale) e a crociera (laterali), e la facciata diventa trilobata (intervento che il critico Vittorio Meneghin riterrà discordante rispetto al monastero).

Dopo la guerra tra Francia e Spagna a Mantova (1627) e la peste, i restauri partono nel 1646. Nel 1690 il priore don Alberto Luna affresca il soffitto, ma nel 1695 un forte terremoto ad Este lesiona la struttura e copre le pitture. Nel Settecento si rinnova il luogo: nel 1715 don Giovanni De Anna sostituisce i tre altari in legno con altari in marmo dedicati alla Madonna (maggiore), S. Antonio abate (destra, ma attualmente dedicato alla Madonna, a seguito del successivo trasferimento della statua di S. Antonio verso l'uscita principale) e al Crocifisso (sinistra). Infine, tra il 1748 e il 1776 l'abate Antonio Giusti risana i danni del sisma con stucchi e dipinti. I monaci lasceranno la struttura nel 1811 in seguito al decreto napoleonico del 1810.
Tradizioni, miracoli e segreti della cripta
Negli Annales della Congregazione e nel testo di Flaminio Corner è riportata la leggenda di fondazione: la Madonna apparve a un ragazzo sordomuto che pascolava i maiali, lo guarì e gli chiese di edificare il Santuario. Questa storia popolare, pur avendo visto perduta la pala con l'immagine originale della Vergine, è immortalata nei dipinti della volta del presbiterio risalenti al 1862 (si legga in seguito la descrizione).
Il complesso conserva infine una cripta sotterranea e nel 1748 fu teatro di una violazione delle norme sanitarie governative: il prete Pasini celebrò in segreto la sepoltura di don Costante Rezzadori nella tomba dei frati situata davanti all'altare in testa alla sacrestia.
Il Crocifisso di Squarcione
Il Crocifisso in legno dipinto (300-180 cm) conservato nel santuario è un'opera di grande valore e drammaticità. Presenta la testa inclinata a destra, le braccia a "V", i piedi sovrapposti trafitti da un solo chiodo e un perizoma con un panneggio atipico e arricciato. La scultura, a grandezza naturale, spicca per la resa anatomica volumetrica e realistica, e per l'espressione sofferente del volto, studiata tenendo conto dell'altezza a cui doveva essere osservata. Un restauro del 1993 ha parzialmente modificato la percezione dei colori originali.
Un atto notarile del 1439 e un registro del 1445 attestano che Fantino Bragadin commissionò allo Squarcione (Francesco Squarcione, Padova, 1397 – 1468) una "crux" e dipinti per la chiesa di Terrassa.
Il Crocifisso è rivestito da uno strato di tela ("incamottatura"), una tecnica di aggiornamento diffusa nel Cinquecento. L'opera si inserisce nel contesto del Rinascimento padovano di metà Quattrocento (definito anche "Rinascimento umbratile" o "squarcionesimo"), caratterizzato da una sintesi tra realismo espressivo, elementi tardogotici e la lezione di Donatello.

Gli affreschi del presbiterio (Anonimo, 1862) e l'enigma sotto gli stucchi
Gli affreschi che decorano la volta del presbiterio raffigurano in tre momenti salienti la leggenda dell'apparizione della Madonna al ragazzo sordomuto. Questa tradizione popolare, secondo la quale la Vergine risanò il giovane chiedendogli di far erigere una chiesa, trova i suoi primi riferimenti a stampa nelle opere di Flaminio Corner (1761) e Gumppenberg (1840), fonti da cui l'anonimo pittore ha probabilmente tratto spunto.
Dal punto di vista strettamente artistico, l'autore si rivela un esecutore modesto: i personaggi presentano un'anatomia tozza, tratti sgraziati ed un'espressione rude. È forte l'ipotesi che le dipinture attuali siano il frutto dell'intervento non documentato di un maldestro restauratore, la cui mano sembra la stessa che ha ridipinto l'Assunta nel soffitto della chiesa di San Tomaso.
La storia del miracolo nacque probabilmente come un'intelligente operazione di pubblicità devozionale ideata con l'arrivo dei monaci Camaldolesi di San Michele per attirare pellegrini in cerca di speranze e guarigioni, cambiando al contempo il nome del santuario da Santa Maria a un più intimo e caritatevole Santa Madre.
La vera chicca storico-artistica risiede nell'inquadratura di queste pitture. Gli affreschi del 1862 sono infatti incorniciati da stucchi di notevole qualità della metà del Settecento. Sorge quindi un affascinante interrogativo critico: cosa incorniciavano originariamente questi pregiati stucchi settecenteschi? È assai probabile che sotto la mediocre pittura ottocentesca si nasconda ancora un ciclo pittorico precedente, ben più antico e di valore.

La tradizione degli ex voto
La tradizione degli ex voto, sia dipinti che anatomici, rappresenta un elemento fondamentale della storia del Santuario mariano di Terrassa Padovana, meta di pellegrinaggio per tutta la Bassa Padovana dove i fedeli si recavano per chiedere o ringraziare della protezione da malattie, epidemie e incidenti nei campi, lasciando in dono tavolette dipinte, cuori d'argento e piccoli oggetti anatomici come tangibile testimonianza delle grazie ricevute.
Il Capitello
Il capitello in pietra della fine del XV secolo, realizzato da un autore anonimo, si trova nel giardino del monastero di Terrassa Padovana di fronte al santuario. La sua origine è legata alla leggenda dell'apparizione della Madonna su un albero a un ragazzo sordomuto, guarito con l'incarico di far erigere un santuario; nel 1489 il vescovo di Padova Pietro Barozzi fece abbattere l'albero collocando al suo posto questa scultura. L'opera è composta da una colonna semplice su basamento tondeggiante che sorregge la statua della Madonna benedicente, caratterizzata da un volto poco visibile ma con una veste ben curata nel panneggio, il cui fluido movimento di luci e ombre dona grande dinamismo e volume all'insieme.
